• Giuseppe Ventrone

Storia e società: un Piano Marshall per il Mal d'Africa

Aggiornato il: 15 apr 2019

Parlando dal palco del Teatro Petruzzelli di Bari, nel novembre del 2017, l'ex Ministro dell'Interno Marco Minniti utilizzò l'espressione Piano Marshall a proposito di possibili futuri interventi a sostegno dell'Africa. Si tratterebbe cioè di prendere a modello il "programma per la ripresa" del secondo dopoguerra che, proposto dal Segretario di Stato americano George Marshall e approvato nel 1948, durò fino al 1952, comportando l'investimento di 17 miliardi di dollari sull'economia europea tra prestiti e donazioni a fondo perduto.

Ben lungi dall'indicare un sentimento romantico di nostalgia per le bellezze del continente, oggi l'espressione "mal d'Africa" sembra infatti evocare una forza centrifuga che spinge la sua popolazione a fuggire dalla propria terra per un insieme di cause drammatiche che vanno dalla povertà alla guerra e dallo sfruttamento alla tirannia. Il dovere morale di aiutare un prossimo così sventurato - spesso anche per lo sfruttamento a buon mercato delle sue risorse da parte dei Paesi occidentali - si salda all'interesse di riportare un equilibrio nel Mediterraneo e contenere il fenomeno migratorio che, senza politiche lungimiranti, potrebbe nel tempo assumere dimensioni difficilmente gestibili.

In realtà, i paesi sostenuti dagli USA nel dopoguerra erano eredi di una storia già avviata all’industrializzazione e all’economia di mercato. L’analogia, dunque, tra il piano ipotetico per l’Africa e il sostegno all’Europa nel ’48 non può che limitarsi alla necessità di una politica sistematica e coordinata che dovrebbe prevedere delle condizioni. Gli aiuti, infatti, andrebbero subordinati all’assunzione di politiche democratiche da parte dei beneficiari e alla costituzione di cooperative con la presenza di lavoratori africani direttamente coinvolti nella gestione d’impresa, al fine d’evitare ogni sfruttamento capitalistico. Si tratterebbe, inoltre, di conseguire l’obiettivo più volte mancato dall’ONU di destinare tra lo 0,7 e l'1% del Pil dei paesi ricchi ai fondi per lo sviluppo, mentre si è ancora fermi mediamente allo 0,3.

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